Berlin, 2009

Berlin, 2009
We want more voices, thoughts and languages!

Monday, November 7, 2011

Die Windrose

If you are interested in the first two - very provisional - - - extremely provisional - - - never anythin' has ever been more provisional - - - provisionalissimo chapters of the Windrose...

Here you go

Wednesday, October 19, 2011

'sti Tedeschi...

Having received the following interesting e-mail by an Italian dog (bau bau), I post it below with English translation.

Il fratello di Gershom Scholem, di cui forse hai sentito parlare, era un

grande ammiratore della cultura tedesca, a suo dire la più grande del

mondo. Sopravvissuto alla Shoah, ormai vecchio in Israele fu

interpellato da un giornalista se ancora riteneva la cultura tedesca

una grande cultura. Rispose: "non sarà certo un Hitler qualsiasi

a farmi cambiare idea."

Gershom Scholem’s brother, you might have heard of him, was a great admirer of German culture. He thought it was the greatest. Having survived the Shoah, as he was old in Israel, he was interviewed by a journalist who asked him if he still considered German culture great. He replied: “Certainly it won’t be any old Hitler to change my mind.”


Monday, October 10, 2011

Friday, October 7, 2011

Aiuto!

Si accettano consigli... Page Pavlov sta pensando alla sua nuova pagina web come traduttrice... Vuol farla più bella e sorridente. O forse si deciderà ad aprirsi un Blog nuovo di zecca... Per ora ha scritto le seguenti parole... Chi voglia commentare al riguardo e dare dritte (o storte...): GRAZIE



CURRICULUM VITAE DI PAGE PAVLOV (che richiede pazienza dai propri lettori)

PER UN CURRICULUM PIÙ REALE SI SCORRA VERSO LA FINE DELLA PAGINA

Page Pavlov è nato in una notte d’amore. Se molti sono stati concepiti in tal guisa, Page è invece nata tutta d’un fiato, nel momento stesso in cui Maya ed io abbiamo deciso di dare un nome nuovo al nostro lavoro... a quattro mani, certamente, ma pure coi quattro piedi, due teste e tutto il resto. Un mostro strano, questa Page, o questo Page.

Essendo nata (o nato) in Berlino, Page ha avuto qualche difficoltà nei suoi primi passi. Infatti i genitori sono di madrelingua russa e inglese (il Leone), e lo Ejek, che sarei io, è invece tutto italiano, inzuppato nel cappuccino come la brioche – che non sta bene. Il Leone, si sarà capito, è Maya.

Quindi... dicevamo... Page ha dovuto studiare tanto e a fondo – per stare a galla – nata/o com’è in questo turbinio di lingue. Inutile dirsi che, fin da piccolo/a, sognava di diventare, un giorno, traduttore. Trattore... Translator, Übersetzer, переводчик... In quale lingua poi lo pensasse... non me l’ha mai detto in una sola lingua.

Adesso Page ha più di tre anni. Capirete che nel trambusto della nascita amorosa, non abbiam badato a segnarci su un foglietto o sul calendario la data esatta. È certamente più facile quando si hanno nove mesi per adeguarsi all’idea e predisporre tutti i preparativi, dalle bomboniere (coi confetti gialli) ai vestitini. Quando Page è nata era tutta nuda, come noi del resto, ma – a differenza di noi – non aveva degli abiti pronti appoggiati sulla sponda del letto o sul bracciolo della sedia. Nuda è rimasta per i primi mesi.

Non so dirvi la data del suo compleanno. Non chiedetemi se è maschio o femmina perché altrimenti m’arrabbio. A dirla tutta non so neppure se sia del tutto “umana” – qualsivoglia cosa s’intenda con quello. So che i genitori di solito s’apprestano a vedere se le gambe ci son tutt’e due, i piedi sì, una testa, due occhi, due mani... di solito questo basta... poi si sa... più cose ci sono e più ce ne si aspettano... Le orecchie? Eccole. Cinque dita di qua, cinque di là... Finita la conta comincia il gioco della somiglianza – e questo – diciamocelo – non finisce mai... sia per gli elogi che per i rimproveri.

Page – ecco. Page è scappata subito. Non ha aspettato l’adolescenza per scappare dalla finestra annodando le lenzuala come i detenuti. Lei l’ha fatto in modo signorile e sfaccendato, ha detto ‘ciao, a domani.’ Beh, domani è durato qualche giorno, ma poi è tornata ed avevamo tutti capito che è una bimba indipendente. Tre anni portati bene, non c’è che dire...

Forse posso dirvi qualcosa sul suo nome. Né Maya né io facciamo Pavlov di cognome. ‘È tutto inventato’ voi direte... Ma no... non più inventato di quanto s’inventi il primo nome per i propri figli. Abbiamo dovuto pensare molto per entrambi. Alla fine ci siamo decisi per Page perché in Inglese significa pagina, e lei (o lui che sia) ama la pagina almeno quanto noi, ama scrivere, leggere, raccogliere, fare origami, sfogliare... Page è poi anche un nome molto diffuso, niente di stravagante. Quanto al cognome – beh... Pavlov ha una lunga storia. Ci sono tanti Pavlov quanti Benjamin. Ma, come per i Benjamin, anche i Pavlov non son tutti uguali. Il Pavlov che avevamo in mente è quello del cane... tutti lo sanno. L’esperimento per indagare il riflesso condizionato si basava sulla carne, la nostra Page è vegetariana, ma si sa che ognuno porta seco un bel problema col proprio cognome: una genealogia sempre ingombrante, per quanto snella, sempre un bel problema.

Non vi dico quante volte ci hanno chiesto “Perché Page Pavlov?” Ma a voi chiedono mai come mai vi chiamate come vi chiamate? Se non siete cascati sullo scioglilingua e siete arrivati indenni su questa frase di ora, forse non siete fra quei petulanti che amano indagare l’origine del suo nome. Ad ogni modo, sì, è vero, vi abbiamo pensato per un po’, ma una volta deciso il nome, quello era – e sarebbe impossibile adesso pensarne uno diverso. Come dire, come si chiamerebbe Silvio Berlusconi se non si chiamasse Silvio Berlusconi? Oh, forse ho dato un mal’esempio, e di nomi qui piovono a raffica, e cos’importa se sono vezzeggiativi, soprannomi o ingiurie furiose? Sempre di una torpedine e raffica di appellativi si tratta! Ma insomma, lasciando da parte i casi più impietosi, è chiaro a tutti spero che ha poco senso chiedere continuamente il perché d’un nome; come non fosse un nome in fin dei conti! Page Pavlov si chiama Page Pavlov, come Odradek si chiama Odradek – ognuno ha la sua storia. Son qui per raccontarvi un piccolo pezzo della storia di Page.

A dirla tutta però, son quasi alla fine di questo mio rendiconto.

Page, all’età di tre anni e poco più, è già una traduttrice esperta con un bel curriculum di traduzioni fatte per alcuni privati (in prevalenza accademici di basso rango – perché quelli d’alto se le fan fare da quelli di basso – e poi alla fine, giù giù in fondo alle scale: ecco Page, col suo secchio, panno e la scopa per pulire gli spazi, gli strazi, spostare le frasi qui e là, dar un senso a quel che di senso non ne ha) e per enti più pubblici – qui s’intenda i collettivi politici amici e i centri d’accoglienza, i consultori – se ancora esiste questa parola (tanto per prendere una posizione politica chiara e netta).

Page, a proposito, è rossonera. Non perché tifi per il Milan (il calcio lo prenderebbe a calci), piuttosto perché si rifà ad una tradizione anarco-comunista, un po’ delusa degli uni e degli altri, ma insomma... con tanta rabbia in corpo e una speranza così forte che ti fonde le mani e il cuore di blu. Credici.

Quanto ai suoi vizi... le piace la letteratura, la filosofia... quella roba lì. Più pensi i testi siano noiosi, più lei li adora. Intendiamoci, non che disdegni la pornografia... purché ci sia filosofia di mezzo. Insomma basta un pizzico di filosofia e non solo la pillola va giù, ma anche un pollo vivo intero (si ricorda che Page è vegetariana – nella pancia ha un’aia). Le piacciono anche le religioni e le preghiere, sì, ha i gusti un po’ strani. A vederla – proprio non lo diresti, con la cresta da punk, un certo maleodore, il cane e gli occhi bassi e alti, rovesciati insomma. Salta, salta sempre. Come disse quel Paul parlando di quel Georg a proposito di quel Jakob Michael Reinhold... (mai che nessuno gli abbia chiesto: “ma perché ti chiami così?”): chi cammina testa all’in giù, ha il cielo come un abisso sotto di sé.

Oh, sì, dimenticavo, Page ama la poesia. Tenta anche di farne... spesso... a tentoni... con le labbra disegna parole in aria, poi cala il peso a fondo. Ma restiamo sul pratico – già, restiamo con queste distinzioni fatiscenti fra teoria e pratica (Page le odia)... Quando Page s’innamora d’un testo... è finita.

Cioè, inizia, qui inizia la storia...

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Quanto a M. N. ed E. S.-N., i nostri (gender trouble) sono dottorandi in Media and Communication nella European Graduate School (sede in Svizzera). Hanno alle proprie spalle due Master in Philosophy (presso l’Università di Memphis USA – dall’ottimo programma continentale e presso la Metropolitan University of Manchester UK), hanno anche la laurea rispettivamente in Memphis (in Politics and Literature) e nella bella Bologna (la laurea vecchio ordinamento, in Filosofia). Il loro interesse primario è quello Babilonico... le lingue, la lingua, il linguaggio. Si capisce allora come abbiano sempre accompagnato i loro studi con un’attività intensa di traduzione – che li ha portati fin qui. Pronti attenti via!

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PREZZI / TARIFFE

Per conoscere i risvolti economici – vale a dire tariffe e prezzi per le varie traduzioni, Page Pavlov confida nella pazienza del lettore/lettrice (che si presuppone sia anche uno scrittore/scrittrice – altrimenti: che cosa gli/le traduce Page?). Infatti non mi è possibile dire una cifra a parola – come invece è spesso consueto. Per conoscere tali tariffari google può aiutare ogni interessato. Page, scontrosa qual è, non dice mai il prezzo, prima vuol veder le carte, le pagine – e poi decide. La regola generale (si spera anti-capitalista a sufficienza) è: maggiore il suo interesse nel testo, minore il costo; maggiore la sua condivisione politico-sociale, minore il prezzo. Altri fattori giocano anche un ruolo decisivo, vale a dire le sue competenze. Certi rami del sapere (visto che il suo è ben poco universale) le richiedono più sforzo rispetto ad altri, e purtroppo questo va ad incidere nella sua stima. Anche la lunghezza del testo qui influisce. Per farla breve, il modo più efficace, ed anche l’unico, per sapere quanto una traduzione costi è di inviare qualche informazione breve sul testo ed un campione di due pagine che rispecchino più o meno i contenuti e lo stile del lavoro. Dopo questa procedura non poco prolissa Page comunicherà in tempi brevi la sua tariffa.

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OFFERTA / TRADUZIONI

Page Pavlov traduce:

dal Russo all’Inglese

dal Russo all’Italiano

dal Tedesco al Russo

dal Tedesco all’Italiano

dal Tedesco all’Inglese

dall’Italiano al Russo

dall’Italiano all’Inglese

dall’Inglese al Russo

dall’Inglese all’Italiano

Page Pavlov ha tradotto prevalentemente testi di Storia, Filosofia, Sociologia, Letteratura, Poesia e Canzoni.


Thursday, October 6, 2011

Riddle. Reward: zwei Kugeln Eis.

What´s drawn in the piece of paper?
Please, write your answer in the comments section


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With his pillow hut, Monsieur Clod was crossing downtown – step by step. A red dress, a tree, a sparkling light beam; in a pocket kept a sea, some roots of thought were instead spreading inward from the breast pocket, like a pale blue prince. The story had started upside-down – from his feet upward. It´s easy to say feet: but sunrays are not feet, coffee spoons have no feet, grass stems– are neither leaves nor feet. He had a quiet, quite awkward demeanor; like an accent falling always on the penultimate syllable. He would limp like that, walking through intricate, wild thoughts with the only help of the sentence-stick. Bad ideas, like snails or snakes would run away beaten up, or, slip downhill when the ground would tremble: not out of fear, rather along the sound-waves of a beautiful thought. Thought? A dream, a promise, a map. Who knows. There is every sort of map. The most common kind is the city map: among them there are also of quite uncommon: some represent streets and streets shadows, others benches and paradoxes: in the info-point you might get those punctuated with touristic attractions; in the Internet, Google-Map shows shops and markets flagged like stars and milky ways for galactic mice of modern moles: the archives have also precious findings – reproducing walls whose memory is almost a blank space on a notebook of genealogical trees: Berlin wall, the Great Wall of China or the Transsiberian rail: you come to the Pacific ocean: there are maps of whales´ landscapes too, of nuclear wastes, of radiation fat weeds and tuna fish, of neutrinos´ speed ways & car highways. But with the common kind we have reviewed only a little part of the Great Realm of maps. There are, in fact, also many ephemeral, transient, not only those which draw the way things are – like chemical formulas or physical skyscrapers of matter´s bones: here we recount also logic, grammar, the utterances of a prayer or the ingredients of a soup: a hand the dealer shuttled, like a clairvoyant: word games, stock market, stocks and pigeons´ stocks: maps to find the eggs at Easter´s Day, not easy, maps to forget and forge new maps: identikit maps, ids., passports, passwords; there are maps like x-rays and scans: to localize the baby in mom´s belly. But we are not done – not yet – there are also other maps – here and there: maps like prints, not plants: not prints of those which stay for a short or long time – finger prints, letters, shadows, images or ideas, sounds, names; prints more transient than transience: which never touched nor fell in the frame of the blinking eyes. They didn´t move in nor pass by – it is rather the map of the blinking itself. Behavior is a map. He walked quite clumsy, Monsieur Clod – and no wonder the map would change at every new, awkward step. Just behind the corner of the block he stumbled and fell down. [First Fall – This век].


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There are questions, maybe, we are never done with. In the beginning was the word, but we don´t know whether it was alone or accompanied by an exclamation or an interrogation mark, by a comma or a full stop. Maybe there was a colon instead. If that is the case, as soon as Word entered (or made) the scene, s/he stumbled down over a comma at her feet, or bumped against a staring, rigid but polite, exclamation mark. One could expect some of a more triumphal entrance from such a theological and philosophical star – maybe, for example, she would get off her private colon limousine parked right in the middle of the sentence, or would advance only behind a meadow of petals on both sides of the slash. Three dots would symbolize an infinite hand´s clap following her appearance. Maybe there would even be a star, just after her shoe. But these are only hypothesis of a lower rank. Both philosophy and theology took the thing quite seriously, that often means, in their own terms, to ignore the problem, rather starting with a final assumption. A bit like, having already a shoe in one pocket – start looking for the other. Who would take seriously the discoverer then, announcing his exceptional, never seen an equal of, finding? Nonetheless it seems that a great surprise and astonishment followed (for centuries) the discovery of the beginning of philosophy. Allegedly this thousands-years-old tradition started because of curiosity: a question mark. Theology instead, the broom, seemed always to have preferred (quite explicitly) the imperative form of the exclamation mark: be it a prayer or God´s speech. After all: was there before the egg or the chicken? What kind of questions! Was there before philosophies or question marks? Or the chicken? What then the bride, philosophy, and theology may be, after they change their cloths and return to an ordinary married life – that´s a bit like asking what are words, without their punctuation. However it might be, on that early morning of May, Monsieur Clod who – no need to say, neither was a philosopher nor a theologian – even less some modern contamination between the two – whose back was too bad for a kitchen porter and whose appearance and voice induced spontaneous disregard – who, in short, was jobless, poor and quite rude – whose bike had leant against the shop window for two hours already, as he fell down smashed his nose on a floating piece of paper – a paper which had been floating, and lied flat now under his cheek. “What´s this?” a philosopher would wonder. Certainly another philosopher (like my grandmother) would object that only the use makes the object (a pragmatic revision of the form-content identity) and would patiently wait to see – till she would have waited too enough and deduce it must have been useless philosophy, idle thinking or even (almost) worse than that: poetry! How then it is that poetry, or philosophy that may be, lies flat on the ground nowadays… for this nostalgic criticism you should wait for yet another philosopher. Among so many philosophers a fourth one would feel comfortable enough to dare a more complex, almost Scholastic endeavor: A Benjamin like many applied on time the general rule of Lichtenberg´s devaluation: to the old good Hour correspond today only 1200 seconds. In the same way we might say that to the previous Philosopher correspond today circa 1199 thinkers and two academics. That´s fair enough and explain quite well why Monsieur Clod would have been surrounded by as many thinkers as flies if only instead of paper his nose had run into a bigger misadventure. But before the next Graduate School or MAGNA UNIVERSITAS MAGISTRORUM ET SCHOLARIUM could get instituted on the spot, Monsieur Clod stood up and gave a look at the paper. We know Heidegger taken on it – he would have presumably started not from Adam and Eve rather from the ´paperness´ of the paper and if a “picture hangs on the wall like a rifle or a hat,” this paper was actually lying as a piece of something else. We have already had fleeting occasion to mention that even if Monsieur Clod was certainly not among the quickest spirits, on this occasion he picked up the piece of paper before too much of a fuss would be bestowed to it. His gesture – like his general person often – passed quite unnoticed. And after a fast glance the paper was collected in his pocket. The most attentive readers would remember though, that Monsieur Clod kept a sea in his pocket. In fact the paper had already taken on the shape of a boat – like all kids can make folding a sheet – and without being especially aerodynamic or as fine as an origami, the paper was floating now among a rich collection of findings.


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Tuesday, September 27, 2011

Tuesday, September 6, 2011

Die Sprach- und Kulturbörse braucht DRINGEND Unterstützung‏




Tuesday, August 30, 2011

Crash – Passive Interview

Hajnal Németh’s installation Crash – Passive Interview

By Page Pavlov

“Hajnal Németh’s installation Crash – Passive Interview will be on show in the Hungarian Pavilion at the 54th International Art Exhibition of the Venice Biennale in 2011.”


The space is relatively welcoming, an air of mass sounds from the adjacent room. You face the main entrance where a few golden steps divide you from the license / plates hanging on the wall.



Each of them carries the European star-circle on a blue background – the only ironic skirmish thrown to our beneficent Union in this sad, very sad Biennale.

La Biennale di Venezia is as old as Art Niveau. 28 padiglioni celebrano 30 paesi (countries, or so) in the Giardini. The visitors walk through these mausoleum-looking-buildings without hint of their interior: Russia whispers from the wood in echoing words: “I wonder why I lied to myself that I had never been here before. In fact, it’s just like anywhere else here, only the feeling is stronger and incomprehension deeper.” The United States presents Gloria on the tanning bed. Entering die Schweiz the visitor becomes as fragile as the emptied death he meets there. On the other hand, the Hungarian pavilion keeps its promise: take your hat off and beware you´re entering a memorial place.

The winged wheel spins over the glass, surrounded by a golden arch. There´s neither name, birth- nor death-date for the visitor to commemorate. Some letters, instead of numbers, signal the vehicles that presumably got crashed. Is it a European common grave, which celebrates the high speed fallen heroes? There´s no speed limit on the German high ways and it´s never respected in other countries anyway. Cars do not respect it in primis, drivers indulge. Bow and pray, you´re entering the turnoff drive.

Wim Wenders´angels des Himmels über Berlin are evoked next to the cofani and car-windows, their wings are hardly seen moving in the rear-view mirror. No sense of waste, no ruins nor wrecks: the car got smashed as if into a birth-bath. In the darker room on the right you see who´s singing the opera. The black young man, standing between two high rows filled with car wheels, looks at you and sings from a wall-wide canvas. These victims are young and happy souls, they hadn´t lived long enough to enter death with dirty feet; they must be standing in line now, confused, in the limbo of this criminal Europe: Where no one ages, dying like birds hunted down.



These angel-like victims fell into death like into a dish washer: their wings were as clean as freshly washed bed sheets. European souls smell like clean sheets, of soup and bubbles – like the bright blue and brown eyes of new kids. It´s the invisible war we wage with banknotes. Hold the libretto. Cars bring us into death like the incubator brought us to life – an existence with no blood: we dream of new metal plastic cars, painless as a handful of blue and white pills. Venice´s canals are a heap of dirt, they miss Toyota and Ford, Mercedes and Volkswagen: no one to cleanse the streets with smart high speed.

“Were you late?” The young man sings – and he himself replies. He´s the victim and murderer. His innocense has died and killed. “Yes.” “Was your seatbelt fortunately, fortunately fastened?” – “Yes, yes.” He asks and confesses. Are we in hell, in life, in a lab or inside a hospital? There´s a conscience trial running – as clean as a good drive. Sterilized. You leave the room with the lyrical projection – and in a lighter wide corridor the music desks of the orchestra stand alone.


Hold at the libretto. At the end of an opening to a wider room you distinguish a car. You know it is crashed, broken, smashed. I feel like turning back. “Did you hold onto the steering wheel?” – “Yes.” I proceed slowly. I see the dark car´s hood. “Had the side window shattered?” – “Yes, yes.” “Did you start trembling, trembling?” – “Yes.” The car lies smashed in front of me. The front left side is completely destroyed. I heard that.

Hajnal Németh gave the name Crash – Passive Interview to her installation. What´s an interview and what does passive mean – I wonder. Interviews – it seems evident to me now – is a question of angels. A question of the angels. I think of the clothing of grace and the Zelem. Whether angels were messengers of a salvific oral tradition before, they are those who look through now; they look in-between, intra-view; they play back, they slow down the motion.

Lichtenberg noticed as early as 1773-1775 that we are living through an inflation of time and crisis of the year unit: “Ein paar Dutzend Millionen Minuten machen ein Leben von fünfundvierzig Jahren und etwas darüber” (D564). The Door for the Salvatore to pass through has correspondingly become smaller and smaller, so that neither camel nor Messiah might seemingly get through. Technological angels send the entire shot back- and forward to glimpse through the fibers of memory, leaf through the blueprint – searching for a passage, a beginning or an end. Death is a white page, without commas or dots.

The young man´s lyrical voice continues reciting his story. “Have you fallen asleep, asleep?” – “Yes, yes.” “Were you badly injured?” – “Yes.” The white stream of words flows, and flows. Time´s expansion through the magnifier passes through and through memory´s wide-spanned opened palm. No trace of destiny, no end. The same hill, the same highway gently unravels over the landscape, where the act took place, as the unfolding of memory. The page.

Hold the libretto, bending, folding the sheets. No scream, no sign, no blood. The other continent carries the name of death. Now you sit and listen to this. Now you talk and you listen too. Was it a shield, was the seatbelt any good? It was screams, and pain and blood, all fainted away. You seat and talk, and listen too.

You cannot do anything, you say. Fine, your choice. Angels of no times. High speed ways. Tuck yourself up in the banknote to lie down a moment, enter your coffin-caffeine car, are you ready? Yes. Car or a needle, Europe is going to sleep.