Berlin, 2009

Berlin, 2009
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Friday, May 20, 2011

21.05.: Demo gegen Naziübergriffe


21.05.: Demo gegen Naziübergriffe
Im Zuge des von Antifas erfolgreich verhinderten Neonaziaufmarsches am Samstag, den 14. Mai 2011 in Berlin-Kreuzberg griff eine große Gruppe Neonazis vier auf dem Boden sitzende Gegendemonstranten an. Diese vier Jugendlichen wurden offenbar gezielt ausgewählt, da sie deutlich in der Unterzahl waren und aufgrund ihrer sitzenden Position keine Gegenwehr zu erwarten war.

>>>Insbesondere für die Vorfälle im U-Bahnhof und auf dem Mehringdamm werden ZeugInnen gesucht. Wir bitten alle ZeugInnen sich beim Ermittlungsausschuss zu melden unter: Telefon: 030/692 2222 oder per Mail: ea-berlin@riseup.netDiese E-Mail Adresse ist gegen Spam Bots geschützt, Du musst Javascript aktivieren, damit du sie sehen kannst Die Sprechstunde findet immer Dienstags von 20 bis 22 Uhr statt.

Antifaschistische Gruppen werfen der Berliner Polizei im Nachgang Desinformationspolitik und Vertuschung vor und wollen nun selber die Täter beim Namen nennen. Auf der Seite www.antifa-berlin.de findet man ein Dossier, indem anhand von Fotos diverse Situationen aufzeigt. Ausserdem wird klar belegt, wer die Angreifer sind.

Tuesday, May 17, 2011

La Rosa dei Venti, 4

1) Il copyright, come diritto di copia, sarebbe del tutto superfetativo in un contesto ove l’autenticità dell’originale non fosse questionata.


2) Infatti, ben prima di salvaguardare i diritti di copia in un contenuto in cui la possibilità di riproduzione aumenta esponenzialmente, il copyright sposta il carattere ontologico ed economico dell’‘oggetto riprodotto’ in carattere prettamente mediatico.


3) Stabilire il diritto di copia non si caratterizza come un procedimento additivo all’oggetto in sé, piuttosto significa stabilire il diritto di ri/produrlo. Come la rinomanza, anche la riproduzione è caratterizzata da due momenti (il momento produttivo ed il momento riproduttivo) che non possono essere scinti.


4) Nella valenza mediatica della ri/produzione confluiscono sia ontologia che economia. Sarebbe erroneo pensare che la realtà mediatica divenga ontologica ed economica (in qualsivoglia visione utopica o apodittica) o che possa sostituire tali realtà. La realtà mediatica (o virtuale) solo apparentemente ambisce a sostituire la realtà ontologica. In realtà le si pone accanto alterandone la valenza, come la riproduzione si accosta alla produzione: la realtà ontologica diventa allora mediatica “in se stessa.” In altri termini: l’essere non smette d’essere, ma esiste soltanto mediaticamente. Non comprenderne a fondo la valenza, può risultare fatale.


5) Ontologia ed economia continuano a sussitere soltanto mdiaticamente nel copyright.


6) L’altro polo del diritto di ri/produzione è l’invenzione.


7) Se il bottino di guerra nel processo culturale poteva esser considerato un accumulamento di oggetti autentici che fossero contemporaneamente preservati ed abusati, il bottino di guerra mediatico è l’informazione: sempre e soltanto una questione di copyright. Significa il diritto di riproduzione ed accesso alla rinomanza. Significa anche sigillare la rinomanza: il nome nella parola.


8) La costituzione del nome nella parola: la sua rinomanza, è il dominio mediatico del copyright.


9) Le implicazioni della componente mediatica in qualsiasi ontologia emerge considerando l’aspetto del brevetto nel copyright. Quest’ultima non potrebbe essere imposta su alcun ritrovamento ontologico. Eppure la ‘natura’ mediatica ella scoperta è l’in/venzione. Il sigillo mediatico è appunto il brevetto che viene posto sull’invenzione [inventare/trovare].


10) In questa prospettiva non vi è ninete che non possa essere brevettato perché non vi è essere che non sia mediatico. Si è mediaticamente.


11) Il nome è un arcaico strumento per il copyright. La carta d’identità sancisce il diritto di copia sulla persona o la ‘natura’ mediatica dell’individuo. Se inizilamente aveva potuto sembrare uno strumento biopolitico di determinazione ed identificazione, infatti sancisce la veste mediatica della perosna. Di qui l’inquietudine che si ha guardando vecchie carte d’identità che si appellano ad una sistematizzazione tanto anacronistica come le misure del corpo, i colori e l’immagine del volto della persona.


12) Tutto ciò che porti seco un senso storico o temporale, ogni residuo mnemonico, deve venire abolito nel coyright che mantiene inalterato soltanto se stesso e nessun dato contingente che minacci la mediaticità.


13) In tal senso il nome sulla cartà d’identità, l’arcano della rinomanza rivela nel suo ‘corpo’, nella sua ‘nudità’, un anacronismo. La rinomanza privilegia infiniti pseudonimi o microchips.


14) L’immagine digitale è un ottimo esempio d’in/venzione. Indica, oltre la riproducibilità, immediatamente la medialità. In tal senso, dove il copyright aderisce alla riproducibilità, il brevetto esprime direttamente la medialità del digitale.

Monday, May 16, 2011

La Rosa dei Venti, 3

1) La parola diventa nome quand’ha successo: diviene rinomata.


2) Nel fenomeno della rinomanza il nome diventa tale. Questo accade attraverso un processo che parallelamente dicostruisce stabili dicotomie quali: mittente/destinatario, privato/pubblico, segreto/aperto...


3) Il nome è il mittente, privato, segreto della rinomanza, cioè del destinatario, pubblico ed aperto. La loro inscindibilità è il segreto della ri/nomanza.


4) Rinomati non sono né la produzione né l’ascolto, piuttosto la comunicazione mediatica è essa stessa rinomanza. Il copyright qui non è l’indice di possesso del messaggio da parte del mittente o del destinatario; esso è il farsi nome della parola nel messaggio.


5) Il copyright sigilla la rinomanza. È il nome stesso della rinomanza: l’arcano.


6) Il copyright non indica quindi la proprietà del nome da parte di un qualsiasi soggetto, piuttosto il successo del nome stesso: la sua rinomanza: ivi confluiscono mittente e destinatario, offerente e consumatore in/differentemente.


7) Ontologicamente, offerente e consumatore partecipano equalmente nella rinomanza, e nel copyright che la sigilla.


8) Solo il copyright stabilisce quando una parola diviene nome.


9) La carta d’identità è una forma primitiva di copyright. Con essa il soggetto cede i propri diritti personali, ‘soggettivi’, al successo della rinomanza.


10) Allo stesso modo la codificazione dei diritti umani è un’espropriazione della parola (della nudità e povertà della parola).


11) Sarebbe incorretto ricercare il soggetto del successo, come si sarebbe prima ricercato il vincitore del potere. Il successo decreta solo rinomanza.


12) La patente è soltanto una forma particolare, specifica di copyright. Questa ha il beneficio di illustrare il passaggio ontologico dal concetto di proprietà all’essere che si attua col copyright. La proprietà che la patente stabilisce sull’essere rivela soltanto la trasformazione dell’essere in proprietà: il copyright.


13) In tal senso, solo anacronisticamente la biopolitica vuole la patente sul DNA rivelare un occulto potere di controllo politico ed economico sull’essere. In realtà la patente rivela il copyright come unica forma ontologica.


14) Il riferimento all’ontologia è comunque incorretto. L’ente o l’essere che il copyright definisce è rinomato, pertanto non corrisponde al significato/oggetto fisso d’un significante: esso è invece contraddistinto dalla sua medialità fra nome e rinomanza. Più precisamente il suo valore non è ontologico ma mediatico.


15) Anche il riferimento alla proprietà rimane incorretto. Il copyright non indica proprietà, la quale presupporrebbe un proprietario. La relazione è infatti una mediazione. Il copyright si limita a sancire il successo della mediazione; il suo effetto è mediatico.


16) Il copyright, in breve, lascia confluire essere ed appartenenza nella medialità della rinomanza; conferisce successo.


17) Soltanto il copyright legittima la medialità d’una parola nella rinomanza. Se c’è ‘l’essere anziché il nulla’, questo accade in virtù del copyright.


18) La parola però resiste.

La Rosa dei Venti, 2

1) Nel campo semantico della parola ‘successo’ un prestito dalla lingua francese sembra particolarmente idoneo alla sua qualificazione nel muldimoderno: renommée, la rinomanza. Colui che ha successo è rinomato. [Renommé; provenç. renomada, renomnada; ital. rinomata.]


2) La ri/nomanza ha anche successo nella realtà multimediale


3) Il nome segue e precede la rinomanza: se è necessario conoscere il nome da ripetere, un nome può solo ripetere se stesso in principio, se vuole re/identificarsi qua nome.


4) Tale re/identificazione, o rinomanza, in principio affetta il nome e lo altera, così che sia il nome che la rinomanza differiscono da se stessi.


5) Essere nominati significa intrinsecamente venire rinomati.


6) Successo ed insuccesso sono allora immediatamente implicati nella ri/nomanza: in/successo è ri/nomanza.


7) Il nome è dettato dal successo e lo detta in un processo commutativo e comunicativo continuo.


8) Sulla base del successo vengono in/determinati sia nome che rinomanza. La fluidità della rinomanza sulla base del successo è condizione sine qua non per la liberazione dallo status quo, con le sue categorie simboliche determinanti; nonostante ciò, l’in/determinazione del successo, lungi da liberare dal vincolo della determinazione, ingloba quest’ultima al suo servizio.


9) Si può immaginare che la rinomanza corrisponda alla realtà multimediale come la gloria abbia corrisposto al potere assoluto.


10) Successo e potere appartengono a due diversi paradigmi di dominio.


11) Una grande multinazionale, in senso stretto, non ha né potere né una tradizione, un’etimologia del nome, piuttosto gode di successo e rinomanza. Questo non la rende nient’affatto meno dominante che disponesse, anacronisticamente, d’un diretto potere politico.


12) Benché corruzione e influenza giochino un grande ruolo nell’accesso delle multinazionali al potere politico, di fatto il potere politico va scomparendo mentre solo il successo conduce i giochi. Solo l’accesso al multimediale e il successo sono interdipendenti.


13) I nomi (in senso tradizionale) delle multinazionali scompaiono sotto la loro ri/nomanza in provvisori, sempre nuovi brand’s names.


14) Il momento del servizio/acquisto costituisce la ri/nomanza. La rinomanza corrisponde allora alla circolazione multimediale.


15) La trasmissione del dominio nel multimoderno segue una logica decostruzionista: non l’affermazione sempr’identica d’un potere, piuttosto successo come rinomanza. Il bottino economico e culturale: l’informazione, non viene più accumulato nel patrimonio del vincitore che esercita il proprio potere, pittosto, il vincitore stesso si assoggetta alla logica del successo.


16) L’alterità del bottino viene tradotto in informazione come possesso del vincitore, che nel movimento della rinomanza ri/afferma il proprio successo. Il cambiamento non procede dall’alterità del bottino ma dal movimento continuo del successo come ri/nomanza del vincitore. Alterità è allora soltanto rinomanza: la differenza nella ri/nominazione.


17) Vincitore è un termine arcaico che, corrispondendo alla logica del potere, non è più idoneo per l’ambito del successo. Anziché di vincitori e vinti, il soggetto multimoderno è (il) rinomato.


18) La trasmissione dell’informazione multimediale differisce sistematicamente dalla tradizione d’un’espressione. Nel primo caso domina la logica del successo, nel secondo caso l’espressione tradotta rimane salvaguardata dalla propria chiusura alla logica del successo: la logica che la dis/pone non è capace di leggerla.


19) Fra espressione ed informazione regna la distinzione che, in termici acronistici, si potrebbe immaginare fra la trasmissione del messaggio dei vinti e la trasmissione del messaggio dei vincitori. Quest’ultima si impone come forma multiculturale, mentre la prima segna le vie che le diverze tradizioni perseguono.


20) Quel che non viene al nome non può essere ri/nomato. Se l’idea simbolica del nome manteneva l’innominato come suo innominato, la ri/nomanza coinvolge la sua alterità disconoscendo l’innominato. Chi non ha successo viene dimenticato.


21) Pure chi ha successo viene dimenticato. Quel che non viene al nome non ha spazio né nel successo né nell’insuccesso.


22) Quel che non viene al nome è la parola. Una parola non può essere rinomata.

Saturday, May 14, 2011

Still putting out


Voyou:

There’s a strange way in which today’s capitalism is repeating in reverse the early capitalism in which although workers are, in reality, wholly dependent on capitalism, they are formally – legally and ideologically – treated as independent contractors. This spurious reconfiguration of the worker as entrepreneur unites informal workers in the third world and precarious workers in the first


This is something that struck me very strongly when reading The Making of the English Working Classes. Industrialisation began with outsourcing. Or rather, with putting-out, which Weber describes like this:


The peasants came with their cloth, often (in the case of linen) principally or entirely made from raw material which the peasant himself had produced, to the town in which the putter-out lived, and after a careful, often official, appraisal of the quality, received the customary price for it. The putter-out’s customers, for markets any appreciable distance away, were middlemen, who also came to him, generally not yet following samples, but seeking traditional qualities, and bought from his warehouse, or, long before delivery, placed orders which were probably in turn passed on to the peasants.


This is the system which was gradually absorbed into factory-based textile production -- and with it the destruction of previous social life, and the structuring of life around the working day.

Now, as with so much else, we've taken a loop around from centralised production, and are replaying the pre-industrial system at an octave's difference. That means opportunities to recreate social life, to escape the homogenous regimentation of the factory -- but also a return to the forms of exploitation most present just on the cusp of the industrial revolution.

Hence there's plenty of reason for politicised microserfs to turn back to history, explore how the peasants of the 18th century were -- and weren't -- able to assert themselves against the putters-out.

[crossposted to ohuiginn.net]

Thursday, May 12, 2011

La Rosa dei Venti, W. Benjamin

1



Alla persona che fosse dato l’intero alfabeto non riuscirebbe mai di inventare una sola parola. Fossero poi a disposizione molti alfabeti diversi la voglia di creare anche solo una parola crescerebbe all’infinito. Provvisti di così tanti segni ed immagini del mondo multimediale né c’è speranza di afferrare l’idea di cosa una parola sia né di contenerne comunque il desiderio. Forse ‘il fatto che gli animali e le cose non parlino’ è la più veritiera prova della sordità alla parola.



2



Col multilinguismo si confronta un tema relativamente nuovo nella società multimediale. La figura del poliglotta, capace di intendersi in diverse lingue o dialetti non ha alcuna contiguità col multilingue. Per quest’ultimo i sistemi linguistici giacciono paralleli e intersecantisi su una stessa interfaccia.



3



Pertanto aprire questo trattato ponendo il problema della scelta della lingua in cui è scritto si costituisce come un problema, sotto molti aspetti, multimoderno.



4



Significa contestualizzare la scelta linguistica in relazione a un ambiente multilingue, dove pertanto lingue non sono ambasciatrici di accesso al potere e potere, sotto ogni qualsivoglia forma di nazionalità, classe sociale o appartenenza politica. L’unica forma di accesso sotto il criterio della pertinenza è invece fornito dall’accesso alla multimedialità.



5



Non occorre un grande sforzo immaginativo per visualizzare un canone di correttezza che non corrisponda ad una grammatica sviluppatasi per uso interno o corroborazione con l’esterno, piuttosto al soddisfacimento dei requisiti che rendano possibile la traduzione. La combinatoria delle possibili soluzioni linguistiche verrebbe dunque ristretta all’inequivocabilità del messaggio (incusivo di aspetti emotivi, cognitivi e morali) che, riconosciuto dal motore di traduzione, possa venire tradotto in qualsiasi lingua. Traduzione significa più esattamente decodificazione.



6



Parole sono pixels arcaici, un residuo anacronistico dello status quo: e il presente ripiegamento dell’apparato multimediale alla parola costituisce una tendenza reazionaria di subordinazione del nuovo potenziale al potere usato. Solo la liberazione del multimediale dalle vecchie istituzioni linguistiche lo conduce nel suo più pieno potere. Ricreare parole o immagini coi pixels corrisponde alla scelta che venne fatta nel XIX secolo di impiegare il ferro per costruzioni che sembrassero chalet di montagna.



7



Il senso di vuoto che proviene dalle parole somiglia, per rimanere con la metafora presa in prestito da Benjamin, a questi chalets di ferro. Cercare le parole porta via dalla corrente universale del multimoderno, rinchiusi fra le vecchie professioni dell’umano.



8



Pertanto, porre in principio la domanda della lingua in cui scrivere, non contraddistingue una scelta linguistica tout court, né è il frutto di questo anacronismo storico di cui l’umano è il maggior residuo: il regno umano animale e cosale (nel nome della parola). Eppure potrebbe facilmente essere null’altro che questo, se una distinzione forte non venisse tracciata fra la sperata traduzione e la possibile traduzione: due incompatibili aderenze del concetto di traducibilità.



9



Infatti, di quale lingua si faccia uso nel configurare pixels rappresenta chiaramente un falso problema, inessenziale e arcaico. La possibilità della traduzione gioca qui il ruolo di codice assoluto nella configurazione: lungi dall’essere una considerazione secondaria, costituisce il criterio essenziale di accesso e pertinenza nel multimediale. L’unica domanda rimane: soddisfa la formazione i requisiti della traducibilità?



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Ma traducibilità rimane criterio essenziale anche sotto la prospettiva della sperata traduzione. Qui l’irriducibilità della parola a dei pixels va di pari passo con l’impossibilità della traduzione stessa. L’impossibilità di decodificare un testo linguistico significa l’effettiva impossibilità di tradurlo. Mentre viene asserita la distanza fra la parola e il multimediale, l’inaderenza delle parole al codice, sfuma anche la possibilità della traduzione ma non la traduzione stessa: solo parole formate nel codice sono essenzialmente traducibili in possibilità, mentre parole disconnesse dal codice rimangono al di fuori di una connessione di possibilità. Eppure solo la speranza nella traduzione costituisce una parola disconnessa dal canone: la parola emerge solo nella speranza della traduzione, che non coincide con la sua effettiva im/possibilità.



11



In questo contesto, problemattizzare non il soddisfacimento dei requisiti per la traducibilità (l’unico nodo problematico per la multimedialità che deve ridurre i termini alla loro im/possibile traducibilità) bensì porre la questione della scelta linguistica – devia dagli interessi del multimoderno. Nondimeno, tale problematizzazione non vuole inserirsi nella logica problematica del multimoderno, bensì problematizzare la stessa multimedialità, e solo a questo secondo livello di problematizzazione si situa la presente domanda di scelta linguistica. Di consequenza, come non può essere subordinata sotto il modello del codice e dei suoi requisiti, tantomeno può essere ridotta ad un arcaica, anacronistica domanda sulla scelta di lingua o di dialetto, di retorica o di genere: una posizione che si rivelerebbe cieca alla realtà multimediale coi suoi processi di decostruzione.



12



Dopotutto la scelta della lingua in cui scrivere è secondaria. Sembra, secondo l’antico modello, una problematica inviolabile posta in principio – una scelta onnicomprensiva di luogo, provenienza e destinazione com’anche di tempo e storia – inoltre un paradosso invalicabile d’in/comunicabilità: la porta da entrare che si chiude dietro, per scrivere, la lettura. Questo paradosso linguistico ha marcato la soglia d’accesso facendosi verbo, come debito al potere: politico, sociale, economico. Lo scogliersi del vincolo del paradosso, con l’appacificarsi delle lingue nel canone, ha spianato gli accessi differenziali al potere (di classe, nazionalità...) nell’unico accesso alla multimedialità, un unico potere aterritoriale, apolitico, senza classi... La scelta di lingua rimane qui, sebbene indifferente, aperta: nella multimedialità la scelta linguistica procede parallelamente alla sua possibile decodificazione in ogni altra lingua.



13



Affermare nondimeno che la scelta linguistica, dopotutto, sia secondaria, significa non porla in principio, ma come motivo centrale di speranza. Infatti l’attenzione cade non sulla lingua ma sulla parola, che a sua volta, lungi dal richiedere la lingua, necessita della sua rottura.



14



Allo stesso modo si può pensare alla composizione delle lettere negli anni. Gli interlocutori cambiano come cambiano la terra ed i confini. Chi emigra accelera il tempo fino a perdere nella lingua l’interlocutore e nell’interlocutore la lingua. Alcuni issano la vela sulla pagina avendo perso il colloquio. Può darsi significhi essere in preda alla parola.



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Che la parola sia lettera e la lettera parola è testificato dalla pagina bianca spenta dal sole. Come per la traduzione, vi sono due modalità di orientamento: secondo la bussola e secondo la rosa dei venti. Quest’ultima non rispetta un canone di riferimento, piuttosto cresce per niente come per tutti, la parola. La traducibilità rimane muta con i suoi colori. Anche la speranza non si pronuncia. Quest’accade quando un alfabeto si rompe in una parola.



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L’alfabeto porta via con sé le prime due lettere che l’avrebbero compiuto.

Wednesday, May 11, 2011

piccolo escurso sulle Tesi

(adatto ai bambini sotti i sei anni ad anche ai bambini sopra i sei anni) (Attenzione: può contenere numerosi errori ortografici)


Le tesi sul concetto di storia (ovunque si voglia capitalizzare il titolo) contano fra i testi filosofici del novecento col maggior prestigio e riconoscimento. Difficilmente si potrà aver lasciato gli studi di filosofia, politica, sociologia, arte o letteratura (per citare alcune delle discipline) senza essersi imbattuti almeno su una delle poche tesi. L’autore, come dunque il lettore verosimilmente saprà bene, è Walter Benjamin, un filosofo ebreo tedesco nato a Berlino nel 1892 e morto tentando la fuga dalla persecuzione nazista in un paese di frontiera spagnolo, Port Bou, nel tardo settembre del 1940. All’età di 48 anni muore lasciando come ‘testamento spirituale e materiale’ (se si perdona il gioco di parole che vuole riferirsi al materialismo storico di cui Benjamin erige una delle più belle letture) Sul concetto di storia – inizialmente divulgate come Tesi dulla filosofia della storia. Le poche pagine rientrano certamente fra le più difficili ed amate degli ultimi 50 anni. Eppure – motivi di disaccordo persino dai propri estimatori sembrano rilucere dappertutto. La prima tesi si apre fornendo, continuando coi necessari superlativi del caso, una delle immagini più dibattute ed interpretate: quella dell’omino gobbo ricurvo e nascosto dentro un congegno meccanico su cui predomina un fantoccio vestito alla turca che affronta gli sfidanti ad una partita di scacchi. Vincerà sempre guidato dal gobbo che rappresenta la teologia mentre il giocatore meccanico vuole essere il materialismo storico. Con questa strana coppia si aprono le tesi e il dibattimento infinito di critici e pensatori alla ricerca di una lettura, una presa salda sul significato dell’immagine (fra questi certamente chi non condividerebbe nient’affatto questa mia semplicistica resa). Eppure la tesi che dovrebbe rivolgere e stravolgere gli animi è la successiva. Ma anziché crearsi un’opposizione e una critica feroce pare sempre aver saputo sedurre gli occhi cedutivi sopra. La rivoluzione, od in termini teologici: la redenzione (senza lasciar coincidere i termini), avverrà non nel nome delle future generazioni bensì per le passate: non per un futuro migliore piuttosto per riparare i torti. Nessuno creda questo sia il significato della seconda tesi, ma certamente si può argomentare che è uno dei tanti e fra i più chiari. Si può dire – già è stato detto di tutto – che il contesto (sia questo quello delle tesi, del patto Hitler-Stalin o l’intera oeuvre di Benjamin) spiega quest’asserzione fino a ribaltarla nel suo vero opposto o che soltanto fornisce una penombra, una sfumatura eppure sufficiente a darle il giusto angolo d’inclinatura – resta il fatto che una simile lettura è possibile e persino ragionevolmente plausibile. Nella storia della critica benjaminiana regna fra le più gettonate – i rimandi ad essa sono costanti – e l’entusiasmo, l’amore che suscita non pare aver lasciato spazio a più aspre critiche. Benché, si perdoni la svogliatezza e l’ignoranza nel fornire dati bibliografici più precisi, certamente alcune delle espressioni lì usate avranno senz’altro generato critiche femministe o anti-sessiste, quanto al concetto più pregnante sopra menzionato – pare l’accettazione sia pressoché collettiva e unisona. La rivoluzione e/o redenzione che sia, avverrà (se mai) non per un futuro migliore o in relazione al futuro bensì per soccorrere ai torti passati e subiti. Se il seme dell’idea ha tratto forza dal pensiero e commemorazione della Shoah – da un lato non si vede quale riparazione possa sopperire all’impensabile, dall’altro credere all’attualità della sua memoria pare più una retorica abusata che corrispondere al vero – mentre il fascismo imperversa ancora di nuovo ovunque in Europa non meno che negli Stati Uniti d’America. A rendere l’assurdità dell’affermazione benjaminiana ancora più tangibile basti pensare che i torti di cui egli parla sono tracce nella memoria che neppure abbiamo personalmente esperito ma riguardano la generazione che ci ha preceduto. Riparare i torti ai morti dovrebbe quindi avere un valore più forte che lottare affinché la prossima generazione abbia una prospettiva più felice. Che una tale posizione non abbia suscitato sdegno resta motivo di grande perplessità. Vi saran lettori coi piedi in aria a camminar sulle mani col sangue alla testa per l’impossibilità data loro di ribattere ma leggere solo quest’infelice rendiconto. Eppure Benjamin dice esattamente che solo per coloro senza speranza è dato sperare. E nella seconda tesi oggetto delle presenti considerazioni rivendica il motore della rivoluzione nell’impossibile tentativo di aggiustare il passato piuttosto che nel fare una qualunque cosa per il futuro. Mentre queste parole vengono scritte – la centrale nucleare di Fukushima non accenna a tornare sotto umano controllo – mentre il pianeta – come ben risaputo – scivola quotidianamente nella più ordinaria distruzione. Non abbiamo più anni d’un malato terminale, che possono esser molti ma con la morte in faccia. Tutto sommato la diagnosi di schizofrenia non aveva calcolato la pena dei cancri ed epidemie – i sintomi. La domanda è allora questa: non sarebbe forse più opportuno pensare ad una rivoluzione per salvare questo futuro che minaccia – lo minacciamo – di svanire? Non è forse il caso di gettar la speranza come legna sul fuocherello basso delle fiducia quasi estinta – anziché ciarlanare su un’immaginaria speranza che emergerebbe solo in virtù di chi non ne ha alcuna? Non dovremmo forse rivendicare quel poco di essa che eppur c’è ed alimentarla, nutrirla – sperar in un futuro migliore? La risposta che Benjamin ha dato as una domanda che egli non ha mai posto in questi termini è inequivocabile: no. E – per quanto il mio lettore possa adesso restarne sorpreso, questa è anche la mia risposta ad una domanda che solo una falsa retorica m’ha lasciato formulare in questi termini: la risposta è la stessa: no. Ed allora, perché mai dovremmo affrontare il passato nel nome della giustizia anziché lottare per un futuro migliore? Ha forse la giustizia un peso maggiore nell’altro piatto della speranza – che come si sa è leggera? Ma forse dovremmo porre le cose diversamente e sostenere: c’è speranza solo nel nome della giustizia. Partendo da qui è magari più agevole scendere e risalire su quella breccia che la seconda tesi apre. Ogni futuro – migliore o peggiore che sia, apparterrebbe sempre a questo presente – il futuro di questo status quo che performativamente (nella migliore delle ipotesi), decostruttivamente (il rischio cresce, il deserto avanza) o esplicitamente fascista reitera allora null’altro che questo. La logica della rivoluzione rompe il legame fra presente e futuro perché, rompendo il presente rompe anche il suo futuro (svolgimento – annihlazione...). in tal senso non c’è un migliore/peggiore futuro che sia svincolato da e non compromesso con le dinamiche del potere a cui siamo sottoposti, in Italia non meno che altrove. Un futuro giace contiguo sulla linea che avanza e – migliore o peggiore che sia – risponde ad una logica di appartenenza e potere. Per queste considerazioni apodittiche la memoria dell’immemore, la capienza dello smisurato, la cifra della Shoah – tracciata sulla linea di Port Bou in quel 1940 è un torto a cui dobbiamo ancora riparare. Ci sono voci da ascoltare che non hanno mai parlato – e per ascoltarle è dato noi una forza tale da compromettere persino la linea temporale in accelerata distruzione. Non è lo stato di cose del presente che deve essere cambiato, bensì il tempo stesso – il presente come una forma temporale di iterata ingiustizia e falsità – deve ricevere altro nome. Benjamin, alla fine degli anni ’30 scelse: Jetztzeit: tempo-ora. Così la speranza non è una sensazione o un’emozione, ma quasi trascendentale convoca l’uomo o l’animale sotto il nome della giustizia. Pertanto una ‘speranza’ in un futuro migliore può esser interpretata come una forma d’ansia davanti alla morte secondo un concetto di futurità che trapassa Heidegger fino a Derrida (nazi-capitalismo). Quindi, lungi dall’essere un’emozione dentro noi sorella dell’ansia proiettata verso il futuro – la speranza qui intesa è una voce che forse udiamo da un passato già giocato e per questo senza speranza. La giustizia sarebbe forse allora quella mappa temporale che comanda d’ascoltare – l’inudibile: e riaprire i giochi. Dar’esso non voce ma ascolto. Credo sia questo che abbia saputo ammaliare così tanti lettori dentro la tesi numero due – certo non svincolabile fra le altre: Interpretazioni materialistiche e teologiche, gobbi e manichini meccanici si sono a lungo azzuffati e riconciliati. Una forza fine ci attraversa – d’oro colato – accenderne la miccia della rivoluzione – forse non c’è altro da considerare. – Pare scritto interlinea:


“Il passato reca con sé un indice segreto che lo rinvia alla redenzione. Non sfiora forse anche noi un soffio dell'aria che spirava attorno a quelli prima di noi? Non c'è, nelle voci cui prestiamo ascolto, un'eco di voci ora mute? ... Se è così, allora esiste un appuntamento misterioso tra le generazioni che sono state e la nostra. Allora noi siamo stati attesi sulla terra. Allora a noi, come ad ogni generazione che fu prima di noi, è stata consegnata una 'debole' forza messianica, a cui il passato ha diritto. (dalle tesi Sul concetto di storia, Einaudi, 1997, p. 23)”


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