Berlin, 2009

Berlin, 2009
We want more voices, thoughts and languages!

Saturday, May 14, 2011

Still putting out


Voyou:

There’s a strange way in which today’s capitalism is repeating in reverse the early capitalism in which although workers are, in reality, wholly dependent on capitalism, they are formally – legally and ideologically – treated as independent contractors. This spurious reconfiguration of the worker as entrepreneur unites informal workers in the third world and precarious workers in the first


This is something that struck me very strongly when reading The Making of the English Working Classes. Industrialisation began with outsourcing. Or rather, with putting-out, which Weber describes like this:


The peasants came with their cloth, often (in the case of linen) principally or entirely made from raw material which the peasant himself had produced, to the town in which the putter-out lived, and after a careful, often official, appraisal of the quality, received the customary price for it. The putter-out’s customers, for markets any appreciable distance away, were middlemen, who also came to him, generally not yet following samples, but seeking traditional qualities, and bought from his warehouse, or, long before delivery, placed orders which were probably in turn passed on to the peasants.


This is the system which was gradually absorbed into factory-based textile production -- and with it the destruction of previous social life, and the structuring of life around the working day.

Now, as with so much else, we've taken a loop around from centralised production, and are replaying the pre-industrial system at an octave's difference. That means opportunities to recreate social life, to escape the homogenous regimentation of the factory -- but also a return to the forms of exploitation most present just on the cusp of the industrial revolution.

Hence there's plenty of reason for politicised microserfs to turn back to history, explore how the peasants of the 18th century were -- and weren't -- able to assert themselves against the putters-out.

[crossposted to ohuiginn.net]

Thursday, May 12, 2011

La Rosa dei Venti, W. Benjamin

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Alla persona che fosse dato l’intero alfabeto non riuscirebbe mai di inventare una sola parola. Fossero poi a disposizione molti alfabeti diversi la voglia di creare anche solo una parola crescerebbe all’infinito. Provvisti di così tanti segni ed immagini del mondo multimediale né c’è speranza di afferrare l’idea di cosa una parola sia né di contenerne comunque il desiderio. Forse ‘il fatto che gli animali e le cose non parlino’ è la più veritiera prova della sordità alla parola.



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Col multilinguismo si confronta un tema relativamente nuovo nella società multimediale. La figura del poliglotta, capace di intendersi in diverse lingue o dialetti non ha alcuna contiguità col multilingue. Per quest’ultimo i sistemi linguistici giacciono paralleli e intersecantisi su una stessa interfaccia.



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Pertanto aprire questo trattato ponendo il problema della scelta della lingua in cui è scritto si costituisce come un problema, sotto molti aspetti, multimoderno.



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Significa contestualizzare la scelta linguistica in relazione a un ambiente multilingue, dove pertanto lingue non sono ambasciatrici di accesso al potere e potere, sotto ogni qualsivoglia forma di nazionalità, classe sociale o appartenenza politica. L’unica forma di accesso sotto il criterio della pertinenza è invece fornito dall’accesso alla multimedialità.



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Non occorre un grande sforzo immaginativo per visualizzare un canone di correttezza che non corrisponda ad una grammatica sviluppatasi per uso interno o corroborazione con l’esterno, piuttosto al soddisfacimento dei requisiti che rendano possibile la traduzione. La combinatoria delle possibili soluzioni linguistiche verrebbe dunque ristretta all’inequivocabilità del messaggio (incusivo di aspetti emotivi, cognitivi e morali) che, riconosciuto dal motore di traduzione, possa venire tradotto in qualsiasi lingua. Traduzione significa più esattamente decodificazione.



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Parole sono pixels arcaici, un residuo anacronistico dello status quo: e il presente ripiegamento dell’apparato multimediale alla parola costituisce una tendenza reazionaria di subordinazione del nuovo potenziale al potere usato. Solo la liberazione del multimediale dalle vecchie istituzioni linguistiche lo conduce nel suo più pieno potere. Ricreare parole o immagini coi pixels corrisponde alla scelta che venne fatta nel XIX secolo di impiegare il ferro per costruzioni che sembrassero chalet di montagna.



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Il senso di vuoto che proviene dalle parole somiglia, per rimanere con la metafora presa in prestito da Benjamin, a questi chalets di ferro. Cercare le parole porta via dalla corrente universale del multimoderno, rinchiusi fra le vecchie professioni dell’umano.



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Pertanto, porre in principio la domanda della lingua in cui scrivere, non contraddistingue una scelta linguistica tout court, né è il frutto di questo anacronismo storico di cui l’umano è il maggior residuo: il regno umano animale e cosale (nel nome della parola). Eppure potrebbe facilmente essere null’altro che questo, se una distinzione forte non venisse tracciata fra la sperata traduzione e la possibile traduzione: due incompatibili aderenze del concetto di traducibilità.



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Infatti, di quale lingua si faccia uso nel configurare pixels rappresenta chiaramente un falso problema, inessenziale e arcaico. La possibilità della traduzione gioca qui il ruolo di codice assoluto nella configurazione: lungi dall’essere una considerazione secondaria, costituisce il criterio essenziale di accesso e pertinenza nel multimediale. L’unica domanda rimane: soddisfa la formazione i requisiti della traducibilità?



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Ma traducibilità rimane criterio essenziale anche sotto la prospettiva della sperata traduzione. Qui l’irriducibilità della parola a dei pixels va di pari passo con l’impossibilità della traduzione stessa. L’impossibilità di decodificare un testo linguistico significa l’effettiva impossibilità di tradurlo. Mentre viene asserita la distanza fra la parola e il multimediale, l’inaderenza delle parole al codice, sfuma anche la possibilità della traduzione ma non la traduzione stessa: solo parole formate nel codice sono essenzialmente traducibili in possibilità, mentre parole disconnesse dal codice rimangono al di fuori di una connessione di possibilità. Eppure solo la speranza nella traduzione costituisce una parola disconnessa dal canone: la parola emerge solo nella speranza della traduzione, che non coincide con la sua effettiva im/possibilità.



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In questo contesto, problemattizzare non il soddisfacimento dei requisiti per la traducibilità (l’unico nodo problematico per la multimedialità che deve ridurre i termini alla loro im/possibile traducibilità) bensì porre la questione della scelta linguistica – devia dagli interessi del multimoderno. Nondimeno, tale problematizzazione non vuole inserirsi nella logica problematica del multimoderno, bensì problematizzare la stessa multimedialità, e solo a questo secondo livello di problematizzazione si situa la presente domanda di scelta linguistica. Di consequenza, come non può essere subordinata sotto il modello del codice e dei suoi requisiti, tantomeno può essere ridotta ad un arcaica, anacronistica domanda sulla scelta di lingua o di dialetto, di retorica o di genere: una posizione che si rivelerebbe cieca alla realtà multimediale coi suoi processi di decostruzione.



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Dopotutto la scelta della lingua in cui scrivere è secondaria. Sembra, secondo l’antico modello, una problematica inviolabile posta in principio – una scelta onnicomprensiva di luogo, provenienza e destinazione com’anche di tempo e storia – inoltre un paradosso invalicabile d’in/comunicabilità: la porta da entrare che si chiude dietro, per scrivere, la lettura. Questo paradosso linguistico ha marcato la soglia d’accesso facendosi verbo, come debito al potere: politico, sociale, economico. Lo scogliersi del vincolo del paradosso, con l’appacificarsi delle lingue nel canone, ha spianato gli accessi differenziali al potere (di classe, nazionalità...) nell’unico accesso alla multimedialità, un unico potere aterritoriale, apolitico, senza classi... La scelta di lingua rimane qui, sebbene indifferente, aperta: nella multimedialità la scelta linguistica procede parallelamente alla sua possibile decodificazione in ogni altra lingua.



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Affermare nondimeno che la scelta linguistica, dopotutto, sia secondaria, significa non porla in principio, ma come motivo centrale di speranza. Infatti l’attenzione cade non sulla lingua ma sulla parola, che a sua volta, lungi dal richiedere la lingua, necessita della sua rottura.



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Allo stesso modo si può pensare alla composizione delle lettere negli anni. Gli interlocutori cambiano come cambiano la terra ed i confini. Chi emigra accelera il tempo fino a perdere nella lingua l’interlocutore e nell’interlocutore la lingua. Alcuni issano la vela sulla pagina avendo perso il colloquio. Può darsi significhi essere in preda alla parola.



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Che la parola sia lettera e la lettera parola è testificato dalla pagina bianca spenta dal sole. Come per la traduzione, vi sono due modalità di orientamento: secondo la bussola e secondo la rosa dei venti. Quest’ultima non rispetta un canone di riferimento, piuttosto cresce per niente come per tutti, la parola. La traducibilità rimane muta con i suoi colori. Anche la speranza non si pronuncia. Quest’accade quando un alfabeto si rompe in una parola.



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L’alfabeto porta via con sé le prime due lettere che l’avrebbero compiuto.

Wednesday, May 11, 2011

piccolo escurso sulle Tesi

(adatto ai bambini sotti i sei anni ad anche ai bambini sopra i sei anni) (Attenzione: può contenere numerosi errori ortografici)


Le tesi sul concetto di storia (ovunque si voglia capitalizzare il titolo) contano fra i testi filosofici del novecento col maggior prestigio e riconoscimento. Difficilmente si potrà aver lasciato gli studi di filosofia, politica, sociologia, arte o letteratura (per citare alcune delle discipline) senza essersi imbattuti almeno su una delle poche tesi. L’autore, come dunque il lettore verosimilmente saprà bene, è Walter Benjamin, un filosofo ebreo tedesco nato a Berlino nel 1892 e morto tentando la fuga dalla persecuzione nazista in un paese di frontiera spagnolo, Port Bou, nel tardo settembre del 1940. All’età di 48 anni muore lasciando come ‘testamento spirituale e materiale’ (se si perdona il gioco di parole che vuole riferirsi al materialismo storico di cui Benjamin erige una delle più belle letture) Sul concetto di storia – inizialmente divulgate come Tesi dulla filosofia della storia. Le poche pagine rientrano certamente fra le più difficili ed amate degli ultimi 50 anni. Eppure – motivi di disaccordo persino dai propri estimatori sembrano rilucere dappertutto. La prima tesi si apre fornendo, continuando coi necessari superlativi del caso, una delle immagini più dibattute ed interpretate: quella dell’omino gobbo ricurvo e nascosto dentro un congegno meccanico su cui predomina un fantoccio vestito alla turca che affronta gli sfidanti ad una partita di scacchi. Vincerà sempre guidato dal gobbo che rappresenta la teologia mentre il giocatore meccanico vuole essere il materialismo storico. Con questa strana coppia si aprono le tesi e il dibattimento infinito di critici e pensatori alla ricerca di una lettura, una presa salda sul significato dell’immagine (fra questi certamente chi non condividerebbe nient’affatto questa mia semplicistica resa). Eppure la tesi che dovrebbe rivolgere e stravolgere gli animi è la successiva. Ma anziché crearsi un’opposizione e una critica feroce pare sempre aver saputo sedurre gli occhi cedutivi sopra. La rivoluzione, od in termini teologici: la redenzione (senza lasciar coincidere i termini), avverrà non nel nome delle future generazioni bensì per le passate: non per un futuro migliore piuttosto per riparare i torti. Nessuno creda questo sia il significato della seconda tesi, ma certamente si può argomentare che è uno dei tanti e fra i più chiari. Si può dire – già è stato detto di tutto – che il contesto (sia questo quello delle tesi, del patto Hitler-Stalin o l’intera oeuvre di Benjamin) spiega quest’asserzione fino a ribaltarla nel suo vero opposto o che soltanto fornisce una penombra, una sfumatura eppure sufficiente a darle il giusto angolo d’inclinatura – resta il fatto che una simile lettura è possibile e persino ragionevolmente plausibile. Nella storia della critica benjaminiana regna fra le più gettonate – i rimandi ad essa sono costanti – e l’entusiasmo, l’amore che suscita non pare aver lasciato spazio a più aspre critiche. Benché, si perdoni la svogliatezza e l’ignoranza nel fornire dati bibliografici più precisi, certamente alcune delle espressioni lì usate avranno senz’altro generato critiche femministe o anti-sessiste, quanto al concetto più pregnante sopra menzionato – pare l’accettazione sia pressoché collettiva e unisona. La rivoluzione e/o redenzione che sia, avverrà (se mai) non per un futuro migliore o in relazione al futuro bensì per soccorrere ai torti passati e subiti. Se il seme dell’idea ha tratto forza dal pensiero e commemorazione della Shoah – da un lato non si vede quale riparazione possa sopperire all’impensabile, dall’altro credere all’attualità della sua memoria pare più una retorica abusata che corrispondere al vero – mentre il fascismo imperversa ancora di nuovo ovunque in Europa non meno che negli Stati Uniti d’America. A rendere l’assurdità dell’affermazione benjaminiana ancora più tangibile basti pensare che i torti di cui egli parla sono tracce nella memoria che neppure abbiamo personalmente esperito ma riguardano la generazione che ci ha preceduto. Riparare i torti ai morti dovrebbe quindi avere un valore più forte che lottare affinché la prossima generazione abbia una prospettiva più felice. Che una tale posizione non abbia suscitato sdegno resta motivo di grande perplessità. Vi saran lettori coi piedi in aria a camminar sulle mani col sangue alla testa per l’impossibilità data loro di ribattere ma leggere solo quest’infelice rendiconto. Eppure Benjamin dice esattamente che solo per coloro senza speranza è dato sperare. E nella seconda tesi oggetto delle presenti considerazioni rivendica il motore della rivoluzione nell’impossibile tentativo di aggiustare il passato piuttosto che nel fare una qualunque cosa per il futuro. Mentre queste parole vengono scritte – la centrale nucleare di Fukushima non accenna a tornare sotto umano controllo – mentre il pianeta – come ben risaputo – scivola quotidianamente nella più ordinaria distruzione. Non abbiamo più anni d’un malato terminale, che possono esser molti ma con la morte in faccia. Tutto sommato la diagnosi di schizofrenia non aveva calcolato la pena dei cancri ed epidemie – i sintomi. La domanda è allora questa: non sarebbe forse più opportuno pensare ad una rivoluzione per salvare questo futuro che minaccia – lo minacciamo – di svanire? Non è forse il caso di gettar la speranza come legna sul fuocherello basso delle fiducia quasi estinta – anziché ciarlanare su un’immaginaria speranza che emergerebbe solo in virtù di chi non ne ha alcuna? Non dovremmo forse rivendicare quel poco di essa che eppur c’è ed alimentarla, nutrirla – sperar in un futuro migliore? La risposta che Benjamin ha dato as una domanda che egli non ha mai posto in questi termini è inequivocabile: no. E – per quanto il mio lettore possa adesso restarne sorpreso, questa è anche la mia risposta ad una domanda che solo una falsa retorica m’ha lasciato formulare in questi termini: la risposta è la stessa: no. Ed allora, perché mai dovremmo affrontare il passato nel nome della giustizia anziché lottare per un futuro migliore? Ha forse la giustizia un peso maggiore nell’altro piatto della speranza – che come si sa è leggera? Ma forse dovremmo porre le cose diversamente e sostenere: c’è speranza solo nel nome della giustizia. Partendo da qui è magari più agevole scendere e risalire su quella breccia che la seconda tesi apre. Ogni futuro – migliore o peggiore che sia, apparterrebbe sempre a questo presente – il futuro di questo status quo che performativamente (nella migliore delle ipotesi), decostruttivamente (il rischio cresce, il deserto avanza) o esplicitamente fascista reitera allora null’altro che questo. La logica della rivoluzione rompe il legame fra presente e futuro perché, rompendo il presente rompe anche il suo futuro (svolgimento – annihlazione...). in tal senso non c’è un migliore/peggiore futuro che sia svincolato da e non compromesso con le dinamiche del potere a cui siamo sottoposti, in Italia non meno che altrove. Un futuro giace contiguo sulla linea che avanza e – migliore o peggiore che sia – risponde ad una logica di appartenenza e potere. Per queste considerazioni apodittiche la memoria dell’immemore, la capienza dello smisurato, la cifra della Shoah – tracciata sulla linea di Port Bou in quel 1940 è un torto a cui dobbiamo ancora riparare. Ci sono voci da ascoltare che non hanno mai parlato – e per ascoltarle è dato noi una forza tale da compromettere persino la linea temporale in accelerata distruzione. Non è lo stato di cose del presente che deve essere cambiato, bensì il tempo stesso – il presente come una forma temporale di iterata ingiustizia e falsità – deve ricevere altro nome. Benjamin, alla fine degli anni ’30 scelse: Jetztzeit: tempo-ora. Così la speranza non è una sensazione o un’emozione, ma quasi trascendentale convoca l’uomo o l’animale sotto il nome della giustizia. Pertanto una ‘speranza’ in un futuro migliore può esser interpretata come una forma d’ansia davanti alla morte secondo un concetto di futurità che trapassa Heidegger fino a Derrida (nazi-capitalismo). Quindi, lungi dall’essere un’emozione dentro noi sorella dell’ansia proiettata verso il futuro – la speranza qui intesa è una voce che forse udiamo da un passato già giocato e per questo senza speranza. La giustizia sarebbe forse allora quella mappa temporale che comanda d’ascoltare – l’inudibile: e riaprire i giochi. Dar’esso non voce ma ascolto. Credo sia questo che abbia saputo ammaliare così tanti lettori dentro la tesi numero due – certo non svincolabile fra le altre: Interpretazioni materialistiche e teologiche, gobbi e manichini meccanici si sono a lungo azzuffati e riconciliati. Una forza fine ci attraversa – d’oro colato – accenderne la miccia della rivoluzione – forse non c’è altro da considerare. – Pare scritto interlinea:


“Il passato reca con sé un indice segreto che lo rinvia alla redenzione. Non sfiora forse anche noi un soffio dell'aria che spirava attorno a quelli prima di noi? Non c'è, nelle voci cui prestiamo ascolto, un'eco di voci ora mute? ... Se è così, allora esiste un appuntamento misterioso tra le generazioni che sono state e la nostra. Allora noi siamo stati attesi sulla terra. Allora a noi, come ad ogni generazione che fu prima di noi, è stata consegnata una 'debole' forza messianica, a cui il passato ha diritto. (dalle tesi Sul concetto di storia, Einaudi, 1997, p. 23)”


[Copiato e incollato da Wikiquote]




Wednesday, April 27, 2011

Wi-fi


Coninuo a stupirmi,è più forte di me. Apro il web e trovo notizie che mi colpiscono,non tanto per i dati che riportano,ma per quello che (non) c’è scritto “tra le righe”: “Dal confronto con il resto del mondo,l'Italia si piazza al quattordicesimo posto,con 2000 punti di accesso in meno della Turchia (10° posto) e 1.300 di Taiwan (11° posto). Così pure sono lontanissimi i vertici della graduatoria mondiale dominata dal Regno Unito con quasi 113 mila punti di acceso wi-fi a internet”. (Yahoo! News del 12 Aprile 2011).
Non mi stupisce,infatti, che l’Italia sia al 14° posto nella classifica mondiale per gli accessi ad Internet,ciò che mi stupisce,invece, è che, in quell’ articolo, non si fa riferimento al fatto che l’Italia è stato l’unico Paese in Europa che, negli ultimi 10 anni, ha introdotto limiti, freni e restrizioni ad internet, in nome della sicurezza e della lotta al terrorismo.
Il 31 Dicembre 2010, alle 10:00 del mattino, Lorenzo, un mio grande amico di Prato, non ha potuto resistere: mi ha mandato una mail con la notizia che la legge Pisanu non era stata prorogata, come era successo, di anno in anno, dal 2005 al 2010. Era l’ora!
Adesso, però, con tutto il ritardo accumulato c’è da darsi da fare, -rispondo io- non basta togliere le restrizioni per adeguarsi al passo del resto d’Europa che nel frattempo è andata avanti. Ora c’è da spingere,da incentivare,da sostenere,da invogliare i proprietari di Bar o altri locali, le pubbliche amministrazioni e altri enti a mettere punti di accesso ad Internet wi-fi senza costi per gli utenti,senza dover registrare documenti e senza spese esose per i “pionieri” di questa infrastruttura.
Non molto tempo fa, sono stato a vedere una mostra in un museo qui a Berlino e, proprio alle spalle del banco dove davano le audio guide, la freccia sul muro indicava:  WC, Internet.
Tra i servizi che un museo dà ai suoi visitatori, a Berlino, i bagni e internet sono messi sullo stesso piano, in tutti i sensi.
Speriamo che, oltre ad aver tolto i freni al progresso di questa tecnologia, il Belpaese si metta a fare una vera politica di adeguamento alla svelta,visto che Internet era il futuro 20 anni fa, ma oggi è un presente indispensabile.
Leggendo “L’era dell’accesso” di Jeremy Rifkin mi hanno colpito due passi: in uno c'è scritto che “Nella sola Manhattan ci sono più linee telefoniche che in tutta l’Africa sub-sahariana”;
nell' altro “Il divario fra chi ha e chi non ha è ampio, ma ancora più ampio sarà quello fra chi è connesso e chi non lo è”.

Monday, April 25, 2011

Sealand is the new Dubai

BLDGBlog proposes financial centres which are literally offshore:

A recent paper published in the Physical Review has some astonishing suggestions for the geographic future of financial markets. Its authors, Alexander Wissner-Grossl and Cameron Freer, discuss the spatial implications of speed-of-light trading. Trades now occur so rapidly, they explain, and in such fantastic quantity, that the speed of light itself presents limits to the efficiency of global computerized trading networks.

These limits are described as "light propagation delays."

It is thus in traders' direct financial interest, they suggest, to install themselves at specific points on the Earth's surface—a kind of light-speed financial acupuncture—to take advantage both of the planet's geometry and of the networks along which trades are ordered and filled. They conclude that "the construction of relativistic statistical arbitrage trading nodes across the Earth’s surface" is thus economically justified, if not required.

Thursday, April 21, 2011

Ueber den Begriff der Geschichte

Dienstag, 3. Mai 2011, 20 Uhr · Pariser Platz, Plenarsaal



Walter Benjamin



»Über den Begriff der Geschichte«



Vortrag und Gespräch



»Marx sagt, die Revolutionen sind die Lokomotive der Weltgeschichte.



Aber vielleicht ist dem gänzlich anders. Vielleicht



sind die Revolutionen der Griff des in diesem Zuge reisenden



Menschengeschlechts nach der Notbremse.«



(Abbildung: Walter Benjamin Archiv Ms 1100... that's not here leider leider)

windroses in spring